Adesso che la corsa del contagio da coronavirus sembra rallentare, giustamente si pone il tema di ripartire. Personalmente ho un po’ paura di questa retorica da strapazzo, da pubblicitari disperati. Della “fase 2” e dei “tutto andrà bene” obbligatori che vogliono esorcizzare mancanze, dolori e ferite buttandole sotto al tappeto dei mille aperitivi, delle mille fashion-design-green-week. Efficientismo, smart solutions, urban design, la solita invasione di hashtag che sono un insulto, oltre che all’intelligenza, alla grammatica italiana (e dilagano in una società vittima di un analfabetismo di ritorno di proporzioni drammatiche; sarebbe da scolpire a colpi di martello ben piantato nelle tempie di una politica che affida al marketing il proprio discorso pubblico quanto disse nel film, “Una storia semplice”, il vecchio professore siciliano interpretato magistralmente da Volonté: “L’italiano non è ‘l’italiano’: è il ragionare“).

La ripartenza, la famosa ripartenza. E allora ripartiamo: ripartiamo tutti insieme disperatamente con i ritmi “milanesi” che tanto dovrebbero elettrizzarci, di quella Milano “che non si ferma mai”, degli aperitivi tutti uguali più standardizzati di una catena di montaggio lungo “i Navigli”, “in Brera”, a “NoLo”. Ripartiamo di corsa, perché è correndo che diventiamo massa senza coscienza che popola i vagoni delle metro, con l’unico obiettivo di “arrivare in orario”. Secoli, millenni di sviluppo, progresso, rivoluzioni, sangue&merda per essere dei soldatini diligenti che hanno imparato a marciare a tempo di badge. Quale umanità, quali uomini e quali donne fanno crescere questi tempi a cui sembra non dovremmo vedere l’ora di tornare?

Che tempi e modi abbiamo incorporato noi figli e figlie, voi padri e madri? Sono tempi che rispondono al nostro bisogno di riconoscerci umani, dubbiosi, finiti nelle imperfezioni e infiniti nelle possibilità? O non stiamo in realtà parlando di un unico grande tempo onnipervasivo che ci obbliga a correre, a “essere sul pezzo”, efficaci, a “ottimizzare”, a essere felici, al passo “coi tempi” (ma ancora, quali tempi? dettati da chi…)?

Milano è diventata l’emblema di questo virus collettivo che riguarda, chi più chi meno, tutti e tutte, noi e il nostro modello economico-sociale-antropologico capitalista: una malata grave di questo gigantesco disturbo ossessivo-compulsivo fatto di produzione-consumo-frenesia-corpimanichini-felicitàobbligatoria-marketingesasperato-sottomissionedell’uomoalprofitto-dell’uomosull’uomo. Una rincorsa senza speranza alla perfezione: dei corpi, dell’impiattamento, del claim, dell’impegno civile, del voler essere sempre e comunque al centro del discorso, della fotocamera. Milano come archetipo da emulare, che “non si ferma mai” perché “chi si ferma è perduto”. Da contrapporre a Napoli, Palermo, Roma, Bari… che invece sono lente, lavative, svogliate, sporche, grasse, brutte, abitate da negletti e dunque, senza futuro.

Questa pausa forzata, questo stop, questa “fase 1” ha avuto il merito di arrestare la locomotiva milanese e il suo codazzo di aedi celebranti e ossequiosi, conformisti obbedienti. Il vero virus collettivo da cui possiamo guarire, se lo vogliamo, è questo: il covid-19 è stato in realtà il termometro che ci ha mostrato la febbre, il “freno di emergenza” della storia, l’occasione da non sprecare per guardare le nostre fratture, allargare le crepe per portarle ad espressione. Osiamo recuperare l’insegnamento secondo cui il superamento delle difficoltà si dà solo nelle difficoltà stesse e non nella loro rimozione, peraltro impossibile.

Non tutto è da buttare e la reclusione a cui siamo ora obbligati non è certo l’orizzonte ultimo e più desiderabile a cui possiamo ambire. Ripartiamo certamente, ma con parole, tempi e modi diversi: ridestiamoci meno ottusamente “milanesi” e più napoletani, genovesi, siciliani. Vorrei una partenza, più che una ri-partenza che proponga la stessa ricetta di sempre: portiamo al centro il silenzio, la mancanza, il dolore, le ferite, le solitudini, la morte, la stasi, la noia, il non-finito, il diritto di stare male, di non essere sempre e per forza al-passo-efficienti-efficaci-felici-impegnati-belli-creativi-fashion-cool-smart-civil-indignati-aggiornati-connessi-performanti-impiattati-al-centro-e-guarniti-ai-lati.

Ripartiamo, ma con più calma, capacità di ascolto (di noi stessi innanzitutto), di scendere in profondità. Diamo spazio e dignità a forme di umanità finora negate (donne, trans, comunità religiose diverse da quella cattolica, profughi, apolidi, senzatetto, precari, disoccupati, carcerati, anziani, chi non vede ancora riconosciuti i propri diritti fondamentali, quanti avrebbero tanto da donare alle nostre comunità), facciamo emergere il sedimento spirituale presente in ogni persona, impariamo a coltivare dentro di noi compassione, autoironia, leggerezza, imperfezione, contraddizioni. Recuperiamo un modo nuovo di relazionarci con noi stessi e con ciò che è, nonostante tutto, Natura, i suoi colori, odori, i suoi paesaggi. Ricalibriamoci in un rapporto meno dispotico con le altre creature viventi. Proviamo a scoprire altri ritmi, altre forme: come un sasso che nuota nella corrente.

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