Ho da poco finito di leggere il libro di Porpora Marcasciano, “L’aurora delle trans cattive. Storie, sguardi e vissuti della mia generazione transgender“. L’autrice, attuale presidente del Movimento Identità Trans, ripercorre le molteplici storie individuali delle prime trans, lungo la strada dell’autoconsapevolezza soggettiva che diviene via via coscienza collettiva di classe e di lotta. Cammino periglioso e favoloso, irto di ostacoli, dove occorreva farsi largo in una società dominata dalla paura, dal pregiudizio e dall’ipocrisia, che si traduceva in violenza e discriminazione. Fino alla legge 164 del 1982 non solo non era legalmente riconosciuto il cambio di sesso, ma era anche perseguita la pratica del travestitismo: per anni, decenni, le prime trans che avevano tentato di uscire alla luce del sole hanno subito carcerazioni, processi sommari, hanno sentito sui loro corpi la violenza di un potere ottuso, che non trovava niente di meglio da fare che perseguire (perseguitare) e opprimere chi non voleva saperne di conformarsi alla norma. E non per un vezzo culturale o per una patologia. Società e potere costituito vetero-patriarcale, afferma Porpora Marcasciano.

Tra i moltissimi spunti di interesse che ho trovato nel libro, mi limito qui a riportarne alcuni: la salvaguardia e la valorizzazione dell’esperienza da sempre in transito, in transizione, del mondo trans, che ci racconta di una costitutiva, ontologica apertura alla vita intesa come energia in continua trasformazione, capacità di restare accoglienti nei confronti delle infinite possibilità che ci vengono offerte. Insomma, vedo in questa predisposizione trans un’attitudine che travalica di gran lunga il solo aspetto sessuale/di genere (pur senza disconoscerlo, anzi!) e abbraccia piuttosto la vita tutta, con il suo caleidoscopico e multiforme serbatoio di esperienza in grado di farci diventare, ogni giorno un po’ di più, noi stessi: trascendenza trans. “Diventa ciò che sei”, “Je est un autre”, “Un po’ di possibile sennò soffoco”: la peculiarità dell’esperienza trans non è confinabile alla sfera di genere/sessuale, ma ci interroga più ampiamente sull’idea di felicità, di gioia, di libertà e di liberazione da dinamiche di oppressione, sulla centralità dei corpi come strumenti di scoperta/espressione del sé e di affermazione politica e comunitaria. Senza dimenticare il gusto di una erotica (leggasi “vitale”) messa in discussione delle strutture costitutive delle nostre interiorità e, conseguentemente, delle strutture sociali, normative, culturali (perché da individui repressi da una morale sacrificale, alienati e violenti non possono che derivarne strutture sociali repressive e violente). Esperienza trans come scaturigine per un percorso di decostruzione e di conseguente attività ri-creatrice di nuovi scenari: più dolci, malleabili, accoglienti, meno conflittuali.

Esperienza trans significa, ne sono davvero profondamente convinto, anche una spiritualità trans: inclusiva, ironica, gioiosa, imbastardita, indomabile, ferita, provocatrice, indecifrabile, più libera. Sarebbe fantastico approfondire questo aspetto, foriero di provocazioni salvifiche, laddove vediamo molto spesso, passeggiando nelle nostre città-smart o navigando sui social, un decadimento generalizzato, una incapacità di introspezione “spirituale” profonda del sé, una morte della vita che non riesce a vivere e tantomeno a morire. Leggendo le pagine del libro della Marcasciano ho avvertito una vertigine spirituale che accompagnava le vicende esistenziali delle prosperose in tacchi a spillo: dimensione spirituale non certo riscontrabile in alcuni spiriti tristi in abito talare (una splendida eccezione, certamente non l’unica, è rappresentata da don Gallo, guarda caso da sempre autoconsideratosi “prete da marciapiede”, amico della comunità trans genovese e suo difensore ogniqualvolta amministratori pubblici fin troppo zelanti si palesavano con i loro piani di “riqualificazione urbanistica” del centro storico, che prevedevano la cancellazione tout court della comunità trans medesima).

Poi l’appello dell’autrice a rigettare la narrazione dell’esperienza e della storia trans quando questa venga ridotta al solo racconto fatto da chi trans non è: siano essi gay, eterosessuali, ma anche professionisti del campo medico, filosofi, scienziati, psicanalisti. L’esistenza delle persone trans è stata da sempre negata dal potere fino a quando, sulla spinta del pensiero positivista prima e psicanalista poi, è iniziata a emergere una narrazione in negativo, che metteva in luce gli aspetti criminali, deviati, patologici trans. Questo discorso unico profondamente violento non è purtroppo finito e si fa sentire ancora oggi mediante, per esempio, il linguaggio medico della “disforia di genere”: lo stigma della malattia continua. Porpora Marcasciano ribalta il piano della narrazione e della visione: e se ad essere malata, patologica, criminale, deviata non sia piuttosto una società che non accetta alternative possibili allo schematismo definitorio e binario maschio-femmina e non chi, per sua natura, non si riconosce (e come potrebbe?) in tale schema? Il dibattito è aperto.

Infine (e soprattutto) questo libro è speciale perché restituisce un’anima, visibilità, dignità, bellezza, profondità, ironia, autoironia, esplosività “favolosa”, dissacrazione intelligente alle tante protagoniste che l’autrice ha incontrato nel corso della sua esperienza trans (individuale e collettiva) e di cui ci regala storie di gioia, struggenti, coraggiose, difficili, irripetibili, uniche. Per questo, che mai si presteranno ad essere “ricondotte all’ordine”: rigettando la regola dell’essere così e non altrimenti, le favolose trans come la Merdaiola, la Romanina, Valerié, Roberta Ferranti, Marcellona, Eva Robin’s ci mostrano quanto la natura sia irriducibile alla logica della reductio ad unum e, contemporaneamente, quanto sia vitale ribellarsi a ogni violenza definitoria, triste e mortifera, alla ricerca di nuove strade generative di vita.

 

Porpora Marcasciano, L’aurora delle trans cattive. Storie, sguardi e vissuti della mia generazione transgender, Edizioni Alegre, 2018.

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