È possibile adottare la definizione di “classico” di Italo Calvino per un brano di musica dance? Sì, è possibile. A patto che davvero si tratti di un’opera che trascenda vincoli spazio-temporali, oltrepassi barriere culturali e si faccia beffa di giudizi accademico-stantii in grado di fotografare solamente la propria impossibilità di meravigliarsi di fronte al genio. Il grande classico dance è (e non può che essere) L’Amour Toujours. Il genio, il suo demiurgo dall’estro incontenibile e inafferrabile: Il Maestro, Gigi D’Agostino.

Calvino, nell’identificare le caratteristiche che ogni classico deve possedere per essere tale, evidenziava, tra le altre, la capacità di prestarsi a infinite interpretazioni: un classico, una grande opera d’arte, non è mai letta per la prima volta, perché il suo portato è talmente smisurato che si fa carico del passato da cui proviene e, con esso, delle innumerevoli “letture” che il passato medesimo ha in dote. Parimenti, ogni lettura di un classico è sempre anche una prima lettura, perché la sua ricchezza è strabordante di suggestioni, sensazioni, significati, simboli, spunti emotivi e cognitivi che rimanda sempre e comunque a nuove interpretazioni di se stessa. Infinita, sconfinata, come l’amore vero che si dona senza aspettarsi nulla in cambio.

Non a caso, “l’amour toujours” è titolo non solo del più iconico pezzo di musica dance che sia mai stato concepito, scritto, cantato, mixato e ballato, ma tratteggia l’essenza più intima di ogni grande classico: la sua capacità di farsi prossimo, di donarsi infinitamente, anarchicamente, a quanti e quante si avvicinano a lui. Come lo Spirito che soffia dove vuole. La prima come la millesima volta: sempre uguale e sempre diverso. Differire, sottrarsi, sfuggire, per un eccesso di amore alle categorizzazioni umane troppo umane, alle imbrigliature asfittiche. Calvino, a tal proposito, parlò di “opera che provoca incessantemente un pulviscolo di discorsi critici su di sé, ma continuamente se li scrolla di dosso”.

Se pensiamo a L’Amour Toujours ci accorgiamo che richiama su di sé tutte le caratteristiche salienti calviniane: non finisce di emozionare chi lo ascolta, ogni volta rimandando al primo ascolto mitico che si perde nei tempi della memoria individuale e collettiva e, contemporaneamente, sposta sempre l’orizzonte, non rimane pietrificato, ma diviene esso stesso moto trasformativo, varca barriere verso un altrove di là da venire, uno spazio aurorale vuoto e pieno allo stesso tempo. Come un altro artista sconfinato direbbe: “No time, no space. Another race of vibrations”. Tutto è in tutto e tutto è in quanto pienezza di amore disinteressato, per questo incessante.

Scaturigine primigenia di ogni vita e di tutte le vite insieme: la forza magica, dirompente de L’Amour Toujours è questa. Stile inconfondibile, fascino senza tempo. La firma del Maestro che si nasconde dai riflettori dell’effimero, mai di moda, per discendere ogni volta in se stesso, auscultando coraggiosamente i propri bui senza rifuggirli, con la fiducia che ogni volta avverrà la trasfigurazione, in cui l’oscurità sa donarsi a chi ha il coraggio di guardarla in tutta la sua luce nascosta, potenziale: “Pioggia e sole”, per citare un’altra sua creazione donataci.

L’Amour Toujours non smette di emozionare e di prestarsi a svariate interpretazioni e campionamenti. Basti pensare al successo globale del brano del 2018, In My Mind, firmato Dynoro & Gigi D’Agostino: il suo segreto è ancora e sempre lì, nella ripresa del grande classico, patrimonio culturale popolare per due/tre generazioni su scala mondiale. Tra venti, trenta, cinquanta, cento anni, quando si guarderà alla dance, ci sarà ancora L’Amour Toujours e poco (forse) d’altro.

Gigi D’Agostino è un unicum nel mondo dance-pop: tra i pochissimi a poter vantare una carriera che non risente dello scorrere del tempo e dei tempi, leggenda vivente planetaria della musica dance, ha deciso però da anni (da subito) di non seguire il carrozzone della ribalta, quanto piuttosto di coltivare le proprie inclinazioni emotive, percettive, viscerali e organizzarle in forma di musica, senza mai tradirle: l’unica regola a cui sottopone se stesso e il suo estro creativo è che non ci sono regole, se non quelle segnalate dalla propria arte.

E allora può prendere forma consistente il 舞 (w), il Lento Violento, il cammino di Gigi D’Agostino, Gigi’s time, Casa Dag: linguaggio mimetico che accetta la sfida di provare a ricostruire un nesso tra lògos e ànemos, tra pensiero, parola (scritta e cantata) e stati interiori (mente e cuore) individuali e collettivi, laddove lo spazio artistico contemporaneo ha dissipato da tempo questa facoltà, perso com’è nelle pieghe di un’industria culturale banalizzante e mortifera, degradante perché già da sempre degradata. Una capacità innata di mixare canzoni, forma anch’essa di re-interpretazione, in grado di attribuire nuova vita alla vita di creazioni altrui. Questo pezzo recentissimo,  Melody X [ Bootleg ] Dark series, ne è un esempio meraviglioso.

Interviste rarissime, centellinate in decenni di carriera, nessuna diretta Facebook, un sito web che sembra orgogliosamente rimasto negli anni ’90. Nessuna voglia, peraltro, di rinunciare snobisticamente al sudore del pubblico che accorre, ogni volta, sotto il palco, in attesa che il miracolo si manifesti e la trasfigurazione sia per tutti e tutte: abbondante e copiosa. Nazional-popolare come Vasco, con la particolarità che alla “nazione” di Gigidag è ascrivibile l’intero mondo: Le Rotonde di Garlasco possono diventare centro propulsore di energia su scala larghissima, riverbero intenso che pulsa da provincia a provincia, da un inizio a un nuovo inizio, estensioni geografiche e dell’anima. Infinite creazioni diffuse, regalate attraverso YouTube, quando meno te lo aspetti, come chi viene dal buio della notte per portare un po’ di luce.

Svestito di ogni arroganza, come atto di quella generosità autentica che non può che essere condivisa con il circostante, in profonda sintonia mistica con esso. Un unico, grande, immenso, sconfinato respiro in cui vivere, amare, soffrire, sentire, percepire, trascendersi, morire donandosi. Alla fine, L’Amour Toujours e il suo autore ci affidano questo patrimonio di bellezza universalizzabile, moltiplicabile all’infinito.

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