Due giorni fa ho avuto la fortuna di vedere “Gli anni amari”, film sulla vita di Mario Mieli, per la regia di Andrea Adriatico. Mieli, il suo pensiero, lo avevo incontrato già in precedenza, piuttosto di sfuggita. Ero andato a leggere alcuni estratti del suo “Elementi di critica omosessuale”, tesi di laurea dai contenuti talmente dirompenti e visionari da essere subito pubblicata da Einaudi, anno 1977. Divenne uno dei testi di riferimento sugli studi di genere, tradotto e studiato in tutto il mondo.

Precursore audace, provocatore ironico, dissacratore acutissimo, in Italia ha saputo andare avanti nonostante l’evidenza della sua inattualità. O meglio, proprio in virtù della sua inattualità. Andava di corsa: da autentico apripista di nuovi possibili non aveva tempo di aspettare, di farsi lumaca, in attesa che i cambiamenti sociali e culturali, poi legislativi muovessero i loro primi, letargici passi. Sulla pelle e nell’animo l’urgenza bruciante di dover urlare la necessità di liberare il fondo omosessuale (e dunque transessuale, in costante potenziale transito, dal latino “transeo”) presente in ogni persona: in ognuno e in ognuna di noi c’è un’essenza-trans, intesa come un’unicità che contraddistingue il soggetto, che contempla sia una parte maschile, che una parte femminile. Non esiste uomo pienamente tale che non abbia riconosciuto e accolto in sé anche la sua parte femminile e viceversa.

Questa natura “trans” che ci contraddistingue non si limita ad accettare, ad esempio, che anche un uomo possa commuoversi, esercitarsi nella gentilezza, ma coinvolge appieno anche la sessualità: la pulsione, il desiderio sessuale svestito dagli abiti sociali e culturali di riferimento, è pura energia vitale, che non chiede di essere specificata: occorre svelare tutti i limiti di una norma sociale/culturale (e medico-scientifica) sacrificale, che vincola la spinta pulsionale in due direzioni sostanziali, quella eterosessuale e quella omosessuale (quest’ultima, peraltro, considerata come patologica fino al 1990, anno in cui l’OMS la tolse dalle malattie mentali).

Ecco lo scandalo inaccettabile, il grande tabu: anche in un maschio eterosessuale si possono manifestare delle pulsioni omosessuali, senza che il soggetto debba per questo negare la sua preferenza sessuale per le donne (per le quali vale naturalmente lo stesso discorso, a parti invertite). Assistiamo dunque alla liquidazione di tutte le categorizzazioni precedenti: come definire, con quali armamentari concettuali, una sessualità che si contempli plurale, se non altro nelle sue potenzialità infinite? Mieli mette in scena questa contraddizione normativa e sociale lungo tutta la sua opera, di cui fa senza dubbio parte una memorabile intervista per la RAI, in cui dialoga con gli operai dell’Alfa Romeo all’uscita dalla fabbrica.

Per Mieli, se di definizione si deve parlare, sia allora la più ampia, aperta e rivedibile possibile: è “transessuale la nostra disponibilità erotica potenziale, costretta dalla repressione alla latenza o soggetta a più o meno severa rimozione, e ho indicato pertanto nella tran-sessualità il télos […] della lotta per la liberazione dell’Eros”. La liberazione individuale e collettiva passa attraverso l’accoglienza del femminile/maschile, accettazione piena del sedimento potenziale tran-sessuale, che non è altro che la fotografia più vicina possibile a cosa sia una vita che sceglie di accogliersi e accogliere, aprirsi e restare aperta alle differenze, alle diversità che la abitano e che abitano il mondo che lei abita.

Prospettiva transessuale allora è una vera e propria spiritualità-trans, come mostra lucidamente anche Porpora Marcasciano e l’epopea trans da lei vissuta e descritta: la natura (umana, animale, vegetale e, se vogliamo, divina) non è mai reductio ad unum, chiusura, restringimento, norma, quanto piuttosto altri scenari possibili, immaginazione, ars poietica, confini che scappano di mano, limiti che giocano a saltare di palo in frasca, con-divisione (mi con-divido con il circostante, non resto recluso in me stesso). Approccio-trans (del singolo e della società), che sa quindi riconoscere l’alterità come sempre possibile, in transito, elemento costitutivo che viene, va e ritorna e che si fa carico di integrarla nei propri orizzonti di senso, di liberazione e di felicità.

Grazie Mario Mieli per avere intuito e tratteggiato una umanità più libera, sincera, meno dispotica con se stessa e con le proprie forze erotico-vitali, accogliente, gioiosa, possibilista, ironica, che crede nella bontà delle persone e nella loro armonica e creativa autodeterminazione co-esistente. Grazie al regista de “Gli anni amari” per questo suo atto di creazione e di amore, in grado di far conoscere Mieli alle molte persone che non lo hanno finora incrociato. Grazie al cinema Beltrade, perché è sempre presente quando si tratta di scovare e condividere bellezza.

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