Pasolini e Cioran. Cioran e Pasolini. Cosa distingue questi due grandi negatori del Novecento? Entrambi erano animati da una capacità di analisi straordinaria, spietati nella lucidità di pensiero, incapaci di moderazione, apolidi metafisici, attratti da una religiosità tanto umile quanto profonda, potentemente affascinati dell’atemporalità delle civiltà contadine, dei loro riti primigeni e della loro ricchezza spirituale, resa possibile da una povertà materiale salvifica.

Se Pasolini vede nell’avvento e nello spadroneggiare della società dei consumi e nell’anarchia del potere (che si disfa delle leggi che esso stesso aveva creato) il seme velenoso che corrompe l’individuo e la collettività, Cioran parte da molto più indietro, dalla Genesi. L’inizio dell’avventura umana coincide per Cioran con la sua fine annunciata: la fine è nel principio (eppure si continua). L’uno, ricerca spasmodicamente tracce grezze di salvezza nelle civiltà del passato, nel Medioevo, nel Decameron di Boccaccio, nelle comunità rurali non ancora stravolte dalla modernità in giro per il mondo, in India, in Africa, nelle borgate romane, mentre l’altro si mantiene “al margine degli atti” nel suo appartamento parigino di rue de l’Odeon, perché ogni impresa l’uomo compia e a qualunque latitudine, essa contiene in sé i germi della disfatta.

Se Pasolini arriva a comprendere che non c’è più alcuna speranza, perché anche il sottoproletariato sta irrimediabilmente perdendo la memoria della propria origine e della propria identità contadina, in cui vi era un rapporto di mimesis con la natura, in cambio della falsa promessa di novità e di benessere sventolati dal consumismo, Cioran si colloca in un’altra dimensione. Egli si pone al di fuori della lotta quotidiana che ingaggia Pasolini, al di fuori della storia, perché la vera Storia non è forse ancora cominciata.

Pasolini assume su di sé, sulla sua condizione di uomo di cultura e di intellettuale, tutto il peso della lotta in solitaria, che sa bene sarà spietata, impari, ferale. Nonostante questa consapevolezza, non si arrende e avanza fino alla fine, animato da un coraggio pari solo alla sua purezza. Cioran, coerentemente con il suo pensiero e soprattutto con le sue viscere insonni, oscilla perennemente tra l’anatema e l’accettazione, la disperazione e il distacco, il disincanto beffardo e la maledizione, laddove la vertigine del nulla e lo slancio dell’estasi si sovrappongono, si avviluppano, si confondono fino a far dubitare della loro differenza.

Tutti e due attraversati dalla contraddizione individuale e collettiva, universale, Pasolini si dirige a grandi passi allo scontro finale con il potere (Salò e Petrolio), Cioran si adagia a vivere contro l’evidenza, contemplando il naufragio, dove ogni istante è un miracolo.

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