L’ascolto della musica classica assume una funzione tanto terapeutica quanto fondamentale per noi uomini e donne ammalati di frenesia. Ci riconnette con le parti più subconsce di noi stessi, ci permette di fantasticare, riapre squarci immaginifici che avevamo dimenticato di poter sperimentare, occupati a correre sulla rotellina dei criceti urbani che siamo diventati. L’ascolto di un’opera è, per chi sa ancora concedersi il gusto della sfida, una strada che da stretta e ripida si articola via via in rivoli potenzialmente infiniti, come insoddisfatto (e dunque infinito) è il nostro desiderio di salvezza, lontano dalle gabbie culturali a senso unico proposteci ossessivamente dalla società del consumo.

La musica classica è in questo senso creatura a metà strada tra il logos la mimesis, in quanto media tra il nostro Io-razionale e le nostre profondità più ancestrali, ridestandole dall’oblio a cui le condanniamo ogni giorno. Dove bruciano le ferite individuali e collettive provocate dall’esperienza alienante delle città ridotte a bordelli commerciali e dalla cosalizzazione dei rapporti tra persone, lì interviene provvidenziale, taumaturgica la musica a prendersi cura dei nostri cocci infranti. Rimedio che allarga l’animo, la testa e il cuore.

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