C’è qualcosa che rende grande una musica, un quadro, uno scritto o un film? Sì, c’è. Se il suo autore ci ha messo il cuore. Può avere difetti tecnici anche importanti, ma resterà per sempre, comunque, una piccola perla che saprà rilucere e illuminare i nostri bui. Aver qualcosa di proprio da dire, riconoscere le proprie emozioni e prendersene cura. Elaborare un pensiero, un punto di vista personale. E mettere insieme i pezzi, condividendo l’opera di assemblaggio con altri buoni compagni di viaggio. In attesa che il miracolo si compia, che l’esperienza individuale divenga universalizzabile. Sembrerebbe la cosa più elementare che c’è, ma nell’oggi in cui siamo immersi, così drammaticamente scandito dall’imperativo categorico dello “share/condividi” che ritma sincopato a colpi di “mi piace” le nostre giornate, portare all’attenzione del mondo una propria visione delle cose, una personale weltanschauung, è roba forte e coraggiosa, che merita attenzione e protezione.

È il caso del lungometraggio “La Terra Buona”, opera seconda del giovane regista (classe 1985) Emanuele Caruso. Qui c’è salvezza perché c’è l’anelito a costruire mondi individuali/interiori e condivisi/collettivi non sottomessi all’unica legge del profitto e della reificazione di ogni rapporto uomo-uomo e uomo-natura. Non è banalmente un film new-age, né tantomeno sulle cure alternative. Si parla di cancro e si tenta di curarlo, ma nelle intenzioni del regista il vero cancro è quello che ci ha resi duri e insensibili alla bellezza così come al dolore, ebbri e orgogliosi di ignoranza esibita, sarcastici cronici per disperazione e mancanza di nuovi orizzonti possibili, verbosi all’inverosimile, ma con un vocabolario cognitivo e sentimentale ridotto a fondo di spazzatura.

Ne “La Terra Buona” c’è una possibile via d’uscita dal labirinto perché i protagonisti accettano di guardare le loro debolezze, mettendole alla giusta distanza dal sé individuale. Salvezza è possibile a partire da un rinnovato rapporto di mimesis con la natura: non è affatto un caso che le riprese siano state per lo più effettuate in quella che è la più grande area non ancora antropizzata d’Europa, la Val Grande, là dove i confini amministrativi tra Italia e Svizzera lasciano il passo agli sconfinati orizzonti disegnati da pascoli, vette alpine e cieli tersi. E da poche, piccole casette in pietra. Guardare le proprie debolezze e prendersene cura. Imparare a stare soli, a trovare il silenzio dentro se stessi e la pienezza in un filo d’erba, in un tetto di pietre.

Un monaco eremita dal cuore grande, il suo fedele aiutante, un medico e il suo braccio destro che si intestardiscono a guarire gli animi delle persone, oltre che le loro malattie fisiche, una coppia di amici. Si troveranno, per qualche settimana, a condividere le rispettive vite al cospetto della grande valle che li ospita tutti, coi suoi silenzi e i suoi verdi prati. È da lì che tutto può ricominciare, rinnovato: “Le cose cambiano. E anche le persone”. E una biblioteca, allestita con amore paziente lungo trent’anni nella vecchia canonica della chiesetta del paese, che accoglie 60 mila volumi. Tra le più alte d’Europa, scrigno prezioso che custodisce fragilità e bellezza, in attesa che giungano gli “illuminati, persone sapienti” a prendersene cura per altri decenni a venire… La “Terra Buona”, un piccolo capolavoro da suggerire alle persone a cui vogliamo bene.

 

Il sito del film qui.

Le foto utilizzate sono state prese, nell’ordine da: torino.repubblica.it, laterrabuona.com

COMMENTA QUESTO POST