L’ho sentito così per caso la prima volta sul sedile posteriore di una Renault Clio. Era di pomeriggio in Francia, nel Sud. Amava l’acqua, il giglio, il pesciolino perché non gli avevano mai chiesto niente (in cambio). Il gusto, il piacere di provocare e di lasciarsi provocare (vedasi a proposito Pasolini: “Io penso che scandalizzare sia un diritto, essere scandalizzati un piacere e chi rifiuta di essere scandalizzato è un moralista, il cosiddetto moralista”). Lui era Tricarico, un bambino che si era alzato presto, senza che questo gli avesse impedito di salutare i suoi interlocutori (“Buongiorno buongiorno mi chiamo Francesco”).

Bambino è rimasto anche a Sanremo, in mezzo alle vocali lanciate per aria, filiforme, longilineo, galleggiante ben al di là della prosa che si metteva in scena sotto i riflettori. “Dov’è finito Tricarico? Peccato, il più grande cantautore italiano sottovalutato degli ultimi trent’anni!” No, Tricarico non se n’è mai andato, signori. Lo potete trovare dove era prima, sempre un passo indietro dai palcoscenici reali e virtuali strabordanti esibizionismo e sempre un po’ più lontano, un po’ più in là, in quegli interstizi dove la vita e gli individui non si sono ancora del tutto ridotti a parentesi da prendere, violentare, consumare e gettare via.

Libero, verde sconfinato corre e sta fermo Francesco Tricarico, immagine dialettica in movimento che avrà il cielo e sarà stellato. Così la stonatura non è da censurare, da reprimere, bensì va tenuta ben in vista (come la stortura del bambino che è bravo nei temi e una schiappa in matematica), perché è nella dissonanza che c’è unicità che si prende la rivincita sull’omologazione, è lì che c’è vita autentica che sprigiona vita.

Tricarico stona, (si) provoca, decostruisce schemi e restituisce alla Parola, alle singole parole (disarticolate e perciò sottratte e tratte in salvo dall’ordine falso di una logica non più in grado di accostarsi alla realtà degli eventi), quella potenza mimetica che abbiamo perduto: “Quanto più da vicino si guarda una parola, tanto più lontano essa guarda a sua volta”.

Se il proscenio ci offre a prezzi allettanti e stracciati vita falsa, là non troverete Tricarico, l’inattuale. Ma basterà andare un po’ più lontano per trovare ancora una volta il giglio, il cotone, così belli e preziosi perché non ci hanno mai chiesto niente. Così bambini da proteggere, così puri da regalare nei giorni di sole o di pioggia.

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