Il dinosauro di plastica, romanzo d’esordio di Federico Scarioni (che è anche mio amico), mi è subito stato simpatico al primo colpo d’occhio. 100 pagine scarse. Per me che non sono un grande lettore, soprattutto tendo a iniziare e non finire, accumulare e non concludere, non è poco.
E poi chi l’ha detto che un romanzo deve essere un mattone? In questo senso, Il dinosauro di plastica e il suo autore sembra abbiano appreso la lezione di maestri come Benjamin, Adorno, Beckett, dove il minus dicere è uno dei pochi strumenti in mano allo scrittore per evitare di ripetere sempre la stessa storia e la stessa immagine, proprio perché “tutto è già stato detto”.

La prosa scorre via semplice e mai banale, senza spocchia e senza rincorrere velleità barocche e intellettualoidi. La trama trova la sua forza in una staticità solo apparente. Si tratta di una staticità dinamica, dove la fine è nel principio e per mettersi in cammino lungo la strada che conduce all’uscita del labirinto occorre porre attenzione agli accenti, a quei passaggi minimi che collegano tra loro le nostre interiorità inquiete.

La narrazione è saggia perché non svela il mistero che avvolge Anna, la protagonista del romanzo, quanto piuttosto è attenta a ri-velarlo, perché è attraverso il non detto, mediante l’abbandono della intentio recta della logica (che “è, sì, incrollabile, ma non resiste a un uomo che vuole vivere”) per assumere la intentio obliqua dell’arte (non a caso Anna dipinge, non a caso il libro ospita le opere del pittore contemporaneo Giuseppe Abbati) che è possibile raccontare l’esperienza soggettiva salvaguardando la sua unicità dalla foga dell’industria culturale (o del banale) che niente crea e tutto distrugge.

Per farla breve, Il dinosauro di plastica di Federico Scarioni è un piccolo gioiellino che non aspetta altro se non di essere letto. Come un buon vino, non vi deluderà.

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