Gentiloni rappresenta l’arrendevolezza che acconsente a se stessa, il grigiore che sfuma nell’indeterminato, nell’indefinito, nell’infinito. Un Leopardi della politica, che conosce il valore delle posizioni intermedie. Il non schierarsi che diviene, per stasi, per consunzione del tempo, opera d’arte universale, sempiterna. Paolo Gentiloni, tetragono, resiste all’usura della nostra contemporaneità. Sta, grigio e sfumato, a marcare il terreno. Non ha bisogno di ricorrere alle ritmiche sincopate dei tweet o di agitarsi sui palchi reali o virtuali della politica d’oggi.
Ontologicamente inattuale, ai margini delle mode, per questo senza tempo. Quel suo rassomigliare nel viso, così impudicamente, di soppiatto, a Marcello Mastroianni, gigante tra i giganti, icona di fascino e malinconia, eco nostalgica e irraggiungibile. Avanti così Paolo, hai un cuore che batte forte. E anche il grigio può avere molte interessanti sfumature.

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