Genova è come avere vicino Napoli, ma più a portata di mano. A poco più di un’ora da Milano, puoi esplorarne i suoi vicoli, tra prosperose trans e fornai da marciapiede, merde di cane spalmate sul ciottolato del centro storico e panni stesi spericolatamente tra muri alti e scuri che ti chiedi come facciano a restare poi puliti, quei panni. Se fosse una cartolina personale, Genova sarebbe il suo porto visto da Castelletto, la collina, piante di limoni e cicale: motore immobile, sospensione a mezz’aria.

Le grandi navi in attesa della partenza, i marocchini con i loro mezzi soffocati dai bagagli, a farti assaporare in anticipo un pezzo di Tangeri. Il faro guardiano, che accompagna i partenti e saluta chi è in arrivo. Il Matitone vale una gigantografia della Ferrarelle o dell’acqua Lete, la sopraelevata come la Circumvesuviana. Femminielli napoletani e transessuali genovesi, facce dal Mediterraneo d’Africa, dall’altra parte del mondo, motorini sguaiati che tagliano il cammino, ‘a Maronna che ti benedice dall’edicola, insegne aggrovigliate da caratteri strani, imbastardimenti continui, percezione tattile di sporcarti se cammini per strada. Addentare una focaccia e il suo olio con la stessa fame animale con cui inforchettare un piatto di friarielli e poi un altro ancora fino al mal di pancia. Napoli sovrabbondante, eccessiva, scafata, generosa, obesa, poetica, colta: indomabile.

Genova, Napoli sono città che ti trasformano: permettono all’animale gioioso e cangiante di uscire, di farsi vedere e sorprendere, provocare e provocarsi. Non puoi essere a Milano quello che sarai una volta ormeggiato a Genova o a Napoli. Sono attitudini, modi di essere e di vivere. Anche a Palermo mi capitò: girare per le strade percependo altro. Non c’è giudizio per le vie sporche di Genova e di Napoli: città imperfette accolgono le nostre imperfezioni, sono indulgenti con le debolezze umane. Altri ritmi, altre sapienze, altra profondità, altra vita.

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