Cosa pensare di Bose e della sua comunità monastica dopo queste settimane di grande travaglio? Come provare a leggere tra le righe di quanto successo e venuto di dominio pubblico? Non sono tanto i dettagli di cronaca quelli su cui, a mio avviso, posare lo sguardo. Chi scrive, Bose la conosce in modo ravvicinato e a distanza allo stesso tempo: non ho mai partecipato a settimane di ritiro spirituale, a convegni ecumenici. Ho fatto però regolarmente visita a Bose, tutte le estati, per più giorni d’agosto, lungo gli ultimi venticinque, trent’anni della mia vita.

Da quando ero bambino, avendo una casa di famiglia a Magnano, sono cresciuto insieme con Bose: ne ricordo la piccola cappellina quando non era ancora stata edificata la nuova chiesa più grande, Bose e le sue marmellate, il tendone verde per gli scout, le ceramiche in gres e raku, le icone, le edizioni Qiqajon. Certo, Bose e il suo fondatore, Enzo Bianchi. Per me, Bose era (è) anche padre Valerio, monaco della Comunità divenuto successivamente anche parroco di Magnano. Negli ultimi anni, ho iniziato a partecipare ad alcuni momenti giornalieri di preghiera, la sera. Bose è qualcuno che ti accoglie e ti saluta, con un benvenuto discreto e fugace. Non ho mai avuto il feticcio di Bose e di Enzo Bianchi, sono al contrario stato in qualche modo accudito dalla emanazione spirituale della Comunità, percepibile attraverso una intentio obliqua che sapeva allineare cuore, mente e ragione.

Sarà anche per questo che non mi hanno sorpreso né scandalizzato le vicende degli ultimi mesi, delle ultime settimane. I fratelli e le sorelle di Bose hanno giustamente aspettato a rispondere all’attesa mondana di chiarimenti e, quando lo hanno fatto, hanno scelto di non chiudere, di non chiudersi. Comunità aperta anche e innanzitutto nelle circostanze in cui costa di più tentare di esserlo, giorno per giorno, gradino dopo gradino.

Leggere tra le righe di quanto successo significa personalmente esprimere gratitudine a Bose per aver avuto la forza e la rettitudine di fare risaltare gli inciampi del loro cammino, condividendo le sofferenze con quanti e quante sono vicini e vicine: una spiritualità che non rinuncia a farsi prossima all’altro, all’altra. Non chiudersi di fronte alle difficoltà, quanto piuttosto rilanciare, aprirsi. Allargare le proprie ferite perché il dolore possa emergere in superficie e andare via, tornare a fluire. Che bella pratica di trascendenza quella di non voler negare le asperità, di provare in qualche modo a condividere le fatiche. Alle salite della vita (individuale, comunitaria) si può rispondere con un più di vita, un allargare il cerchio. Questa è la prima intuizione che Bose ha messo in atto: non neghiamo che ci siano dei problemi. E chiediamo la vostra vicinanza per affrontarli e continuare il cammino in modo rinnovato.

Poi mi ha colpito una conseguenza di questa loro scelta di apertura: l’aver destato, in alcuni e alcune, scandalo. Scandalo in chi pensava che Bose non vivesse anch’essa dinamiche umane, umanissime di difficoltà, di sofferenza, in questo caso relative “all’esercizio dell’autorità, la gestione del governo e il clima fraterno”. Bose vissuta, pensata, intesa, idealizzata come comunità immune dalle vicissitudini che, al contrario, attraversano le vicende quotidiane di ognuno e ognuna di noi. Ecco: provvidenziale allora è giunto lo scandalo, nella speranza che serva a ridestare consapevolezza nelle menti e nei cuori scandalizzati, sconcertati, perfino arrabbiati. Non abbiamo bisogno di una fede che idealizzi, una religiosità che divenga idolatria.

Questo il secondo motivo di gratitudine per Bose: l’aver segnalato, una volta di più, che abbiamo bisogno invece di una spiritualità ironica, non dispotica, che acconsenta l’inciampo, l’errore. E lo faccia sorridendo. Spirito ironico capace di tenere insieme profondità e leggerezza, che abbracci le nostre imperfezioni, le nostre meschinità, senza per questo giustificarle. Fare risaltare le nostre incrinature come primo fondamentale passo per una umanizzazione dell’esperienza religiosa: perdonare noi stessi e perdonare chi abbiamo accanto, di fronte. Una spiritualità provvisoria: sempre rivedibile, perfezionabile, condivisa e da condividere, da sognare insieme e, insieme, da realizzare. Cosa auguro a Bose? Parresia, gentilezza, perdono, prossimità, (auto)ironia, audacia, perseveranza, cuore, mente, desiderio, consapevolezza, intuizione, apertura…

A chi si chiede, affannosamente, che ne sarà adesso di Bose, mi piacerebbe indicare la strada della moltiplicazione delle possibilità, della condivisione dei passi, citando le ultime parole della “Lettera incompiuta” di frère Roger: “Nella misura in cui la nostra comunità crea nella famiglia umana delle possibilità per allargare…”.

Allentate gli ormeggi, sorelle e fratelli di Bose, non abbiate paura di accogliere lo Spirito ironico che soffia dove vuole, in ognuno e ognuna di voi e di noi, dovunque vi sia mondo capace di amare.

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