Accoglienza sì, ma cerco di pensarla in senso largo, esteso. Non mi interessa qui tanto il concetto di accoglienza che solitamente usiamo (cioè l’accoglienza intesa come azione quasi meccanica, ripetitiva a tal punto da risultare retorica, quindi vuota o all’accoglienza che si impone come unica voce etica che prescrive pubblicamente cosa sia “giusto, moralmente accettabile” e cosa no: penso ad esempio agli appelli ad accogliere “le diversità”, “i poveri”, “i migranti”), ma piuttosto accoglienza come possibilità che ci viene data di acconsentire agli eventi che accadono tutti i giorni. Non tanto l’io che accoglie perché “è giusto così”, quanto l’io che riscopre in sé stesso un movimento del cuore all’apertura e si lascia accogliere da ciò che c’è oltre alla sua soggettività (e cioè la sua materia finita e il suo spirito infinito).

In questa accezione la vera accoglienza non è imposta dall’esterno al soggetto, ma emerge, senza far rumore, come un’attitudine, una disposizione d’animo profondamente connaturata in ogni persona. Posso accogliere o posso rigettare. Posso allargare le mie braccia o posso chiuderle. Morbido o rigido. Se apro, mi apro. Scelgo cioè di darmi la possibilità di accogliere ciò che arriva. Se chiudo, mi chiudo e non acconsento a ciò che c’è fuori di interferire con me. Ma in questo modo chiudo la mia individualità e non le do la possibilità di crescere.

Certo, non ci è dato di controllare, di sapere in anticipo cosa il futuro ci stia riservando. Un animo accogliente sarà forte a tal punto da acconsentire anche alle cose dolorose o inspiegabili che troverà lungo il percorso. Nell’arricchire le nostre vite di relazioni e di esperienze significative possiamo raggiungere questo mix: programmiamo, progettiamo fino a un certo punto, ma fidiamoci anche di quella parte di inaspettato che ci attende. Come un sasso che si lascia trasportare dal fiume senza opporvisi, segue il moto delle sue acque, ora tranquille, ora più rutilanti, acconsentendo a modificare nel tempo la sua forma, da pietra spigolosa a ciottolo levigato. E in questa sua trasformazione si accorge di essere sempre più in armonia con gli altri elementi del fiume, senza mai tradire la sua natura di sasso.

Non tutto (anzi, probabilmente molto poco) è effettivamente sotto il nostro controllo: “Sia tuo tutto ciò che non è mai possedibile”. Questo verso di Rilke affonda il coltello nella piaga, fino in fondo. Nelle relazioni tra persone, così come nelle situazioni quotidiane il vero saggio non è colui che cerca di afferrare, possedendo, ciò che è fuori dalla sua individualità. Non si possiede mai una persona e il suo spirito (che è infinito e libero), non possiamo esercitare il controllo degli eventi che influenzano le nostre vite. Accogliere non è possedere. La saggezza sta allora a metà strada: libertà è accoglienza. Io voglio essere libero per…amare e acconsentire ad essere amato, aiutare l’altro e farmi aiutare dall’altro, ascoltare ed essere ascoltato. Libero per ridere di me stesso e delle mie fragilità, libero per accogliere le mie ferite e quelle altrui. Libero per acconsentire. Accoglierò allora tutto quello che arriverà, senza giudicarlo. Prenderò ciò che sento mi farà avanzare e lascerò andare quello che, semplicemente, non è per me, senza opporre resistenza. E sarò colmo, per un momento, di gratitudine.

E poi condividerò le piccole grandi gioie, le belle scoperte di tutti i giorni (avendo imparato a riconoscerle, le potrò accogliere). Con questo messaggio di amore allo stesso tempo personale e universale Nicola Sacco salutò per sempre suo figlio: “Ricorda, figlio mio, la felicità dei giochi… non tenerla tutta per te… Non dimenticarti giammai, Dante, ogni qualvolta nella vita sarai felice, di non essere egoista: dividi sempre le tue gioie”. Se apro le mie braccia, la mia mente e il mio cuore ad accogliere, se faccio come il sasso che gioca nella corrente che lo trasporta dal ghiacciaio al mare, saprò stupirmi e allargherò il mio animo accogliendo la vita nelle sue più svariate manifestazioni, forme e colori.

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