Di Francesco Tricarico ne avevo già scritto circa un anno fa (qui) e avevo messo in luce i motivi per i quali, a mio avviso, si trattava di un artista vero. Con l’ultimo singolo uscito pochi giorni fa, che si avvale della collaborazione di Francesco De Gregori, “A Milano non c’è il mare”, Tricarico ha fatto, sempre a mio avviso, nuovamente centro.

Ha fatto centro perché è partito da una sua percezione, un dato di esperienza personale. Senza porsi come maestro di etica e di morale, ha rivolto lo sguardo all’interno di se stesso. (Tentare di) scendere in profondità in noi è sempre un movimento interessante che vale la pena azzardare. Quindi innanzitutto una discesa nei propri spazi interiori e non una esibizione del sé sulla pubblica piazza.

Tricarico convince anche questa volta perché non ci racconta la favola edificante dove tutto procede al meglio, senza per questo abbracciare scenari apocalittici. “A Milano non c’è il mare” prova a raccontare di una mancanza (“Francesco stasera non sa dove andare, cammina per Milano, ma a Milano non c’è il mare”), di un desiderio vivo che, per quanto frustrato, attende di essere ripreso in considerazione e portato ad espressione (“Cammina verso il porto per gridare ‘voglio vedere il mare, voglio sentire il mare’, ‘voglio toccare il mare e voglio amare il mare’”). La povertà di esperienza quotidiana (“Sul marciapiede che fa quasi schifo”), che è il dato di fatto da cui partire e da non nascondersi, procede di pari passo con la volontà di muoversi, affrontare la strada in salita, non abbandonandosi all’inazione: il mare chiama a nuova vita.

Manca, per fortuna, la fastidiosa sensazione, oggi così comune quando si ascoltano alcuni (troppi) gruppi musicali italiani “alternativi”, di ricercare il dato intimistico per volerlo subito esibire ai fan, peraltro rivestito di quella patina così modaiola, di modernità liquida che strizza l’occhio al narcisismo così hipster (e così milanese) dei trenta-quarantenni “urbanizzati” di oggi. Lì non c’è vera riflessione dell’artista su di sé: lo sguardo è fintamente rivolto verso l’interno, perché in realtà mira da subito al compiacimento del proprio ego attraverso quello della propria base di seguaci. Un rispecchiamento infinito di narcisisti che non riescono a staccarsi dalla loro parvenza.

Tricarico, lo sappiamo bene, è di tutt’altra pasta. Non deve blandire nessun “pubblico”. Può permettersi di citare “il mare” senza determinazioni, senza ulteriori specifiche geografiche: la magia del mare va rispettata e non ristretta, definita, confinata. Il mare non si esperisce per via logica, razionale, ma piuttosto attraverso strade oblique, riscoprendosi parte di un tutto più grande, sconfinato. Il mare è un movimento di mimesis con la natura in cui l’in-dividuo si completa e si con-divide con l’esterno, abbracciando questa vastità più grande, più profonda. La poetica dell’indefinito, dell’indeterminato di Leopardi, poi di Pavese (che non a caso hanno “il mare” ben al centro delle rispettive produzioni) non è mai stata un vezzo stilistico, ma la chiave per rispettare un sentire soggettivo e tentare di renderlo universalizzabile, comunicandolo senza svelarlo, senza togliergli il mistero. Per Tricarico, anche.

Infine, una nota (più personale) su Milano. Per una volta Milano viene citata per richiamare una mancanza. Quanto inattuale è oggi questa scelta? Da anni siamo incatenati ad assistere a questo coro uniforme, noioso, ributtante di Milano-unica-città-davvero-europea, Milano-città-smart, Milano-metropoli-tech, Milano che ogni settimana ha la sua green-fashion-design-food-week, Milano-capitale-dell’innovazione-del-mobile-della-solidarietà-dell’associazionismo-della-creatività-dello-sharing. Dove non puoi fare qualcosa senza chiamarla in inglese (per cui un invito diventa “la call”, l’azione di sostegno coordinata alle fasce sociali più deboli “welfare-sociale-generativo-di-comunità-di-quartiere). Vivaddio che c’è Tricarico che ci ricorda che in Italia esistono altri paesaggi (anche interiori), altri mari rispetto a Milano e, soprattutto, a questa retorica malsana e idiota che la dipinge in questo modo. Quanto avremmo bisogno di ascoltare voci critiche, che ci aiutino a coltivare la necessità e la bellezza del dubbio in mezzo a tanto conformismo?

“A Milano non c’è il mare” (feat. Francesco De Gregori).

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